"E' un privilegio preparare la stanza in cui dormirà qualcun altro"
E. Jolley
"Villa Lopez" è un Bed & Breakfast che offre ai suoi ospiti calda accoglienza, intimità, relax, eleganza e cura in ogni particolare.
Il suo blog nasce per raccontare le piccole straordinarie storie di amicizia nate tra una torta di mele ed una chiacchierata in giardino all'ombra "du' Chiozzu", il vecchio gelso che stende i suoi ombrosi rami, paterno e protettivo, e la cui maestosa mole parla di secoli di vita e sembra quasi raccontarti di tutti i monelli che ogni primavera davano la scalata ai suoi rami per "rubare" le sue more.
Tra le pagine di questo blog troverete i pensieri, a volte vere poesie, lasciati dai miei ospiti, veri protagonisti della vita di questo bed&breakfast; troverete pagine scritte proprio da alcuni di loro; troverete, a volte, riflessioni e considerazioni sui problemi di quest'angolo di Calabria e sul turismo; troverete leggende e racconti nati dalla fantasia popolare e tramandati nei secoli; poesie e brani di autori calabresi, spesso sconosciuti.
Il mio invito, a tutti i visitatori di questo blog, a lasciare i propri pensieri e commenti dando così vita e seguito a tante altre bellissime storie di simpatia ed amicizia.


Accomodatevi, prego, se desiderate visitare il mio bed & breakfast
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mercoledì 10 settembre 2008

Zomaro; la montagna magica.




"Ho sempre saputo che quella montagna era magica; anche il vento recava voci di trapassati e la nebbia dei loro spiriti leggeri.
D'estate la luce abbacinante delle radure tra i faggi aveva poteri medianici: ho avuto anch'io delle visioni. L'ho vissuta così, intensamente ed essa mi ha stregato per sempre, ora che tardivamente comincio a capire da quanti popoli fù attraversata ed abitata, a quanti dominatori sottomessa, da quanti intenti ricercata.

Mi rivelerei provinciale e di parte se non chiarissi che tutta quella montagna, dai fianchi stretti e dalla lunga schiena, ricca di acque e popolata di faggi, la "dorsale", come la chiamarono, fu infinitamente contesa, appropriata e riappropriata, necessaria al transito, senza alternative, non impantanata e ricca di miasmi come la grande Piana silvestre, non riarsa come le rocche orientali, perciò anche adocchiata da levante e da ponente; possedeva essa sola tutti i requisiti che sull'uno e sull'altro versante non si ritrovavano mai assieme.

Devo credere alla pervasività, alla permanenza degli ectoplasmi delle civiltà sparite e, con esse, delle sofferenze, delle ribellioni, delle fughe, delle paci quiete, degli sradicamenti, dei ritorni e quella montagna li ebbe tutti, più volte nei millenni e ne mantiene ancora le ridondanze.
Là sopra, in qualunque stagione vi capiti, non sei mai solo. La ressa delle compresenze è tale che le orecchie si riempiono di frastuoni anche nei più durevoli e distesi silenzi.

Afferro ora il senso ingenuo ed ineffabile del sentirsi parte delle infinite generazioni dell'uomo, della immortalità della specie; accanto agli alberi sempre fedeli al loro destino, alle pietre che non mutano mai sito, su quella montagna dei sette popoli nulla è mai morto veramente."



Ho tratto queste sensazioni dal libro "Zomaro, la montagna dei sette popoli" di Domenico Raso, cittanovese che sente la sua appartenenza a questa terra, alla sua montagna.
Chiunque sia stato su allo Zomaro e si sia incamminato giù sotto le faggete od abbia "osato" l'ombra delle pinete o si sia affacciato sul versante ad oriente a respirare l'aria dello Jonio sa che Domenico Raso dice il vero; nel silenzio che quì è diverso che altrove la sensazione di non essere soli, di voci che ti sussurrano all'orecchio è reale, intensa e forte. Chi non ascolta con l'animo puro, "jancu", la percepisce come una sensazione di angoscia; chi sente invece dentro di se il fluire dello spirito di questa terra su questa montagna si sente in pace, si sente a casa.














giovedì 31 luglio 2008

"I Campi di Marco"

L’uomo si muove silenzioso sotto gli altissimi pini, attraverso i sentieri tracciati dai pastori; si spinge fin sulla cima del monte. Ai suoi piedi la distesa di pascoli nella pianura che dai monti giunge fino alle terre paludose intorno a Metauros. Il suo orecchio adesso si fa attento; protetto dal folto della macchia spinge lo sguardo verso l’orizzonte, ad est.
Il campo dei soldati romani è già in attività; silenziosi si preparano alla battaglia. Hanno percorso centinaia di chilometri attraversando le terre italiche verso sud; mesi e mesi di marcia per giungere in queste terre dove la fantasia ed i capricci della natura pongono sempre nuovi ostacoli a rallentare il cammino; hanno raggiunto le terre dell’altipiano inerpicandosi faticosamente attraverso valli e scoscesi burroni coperti da foreste fitte ed oscure che da millenni crescono selvagge. Per giorni e giorni hanno scavato il fossato di sbarramento; il loro condottiero, Marco Licinio Crasso, ha voluto che tagliasse questa terra da “mare a mare”, dallo Jonio fino al Tirreno; qui dovranno essere fermati i nemici di Roma.
Qualche chilometro più a sud, sul versante della montagna che scende ad Ovest, nei ripari inaccessibili dove li hanno guidati pastori e briganti, gli schiavi ribelli dormono ancora.

Solo Spartaco, il ribelle, colui che ha osato sfidare il potere dei padroni romani, sollevando ed incitando gli schiavi alla libertà, ha vegliato tutta la notte. Sa che i soldati di Roma sono lì, poco distanti, sul pianoro appena dietro il crinale della montagna, pronti a fermare la loro avanzata. Da giorni i pastori di Mamertum, al ritorno dai pascoli, dove guidano le greggi così da poter spiare le mosse dei soldati, raccontano del lungo fossato scavato nella montagna "finu ai du' mari", dei proiettili di piombo che a migliaia hanno fuso nei forni e dell'incredibile quantità di lance e frecce preparate seguendo gli ordini del temibile ed astuto Marco Licinio Crasso.

La battaglia sarà violenta e dolorosa la sconfitta ma ancora più atroce sarà, per l’animo del capo dei ribelli, la perdita di molti dei suoi compagni. Il suo cuore è greve; uomini e donne lo hanno seguito fiduciosi. Lo seguiranno anche oggi e moriranno spinti dal desiderio di libertà e dopo moriranno anche i pastori di questi monti, povera, brava gente, e le loro famiglie che, ignare della furia che si abbatterà sulle loro piccole case di
Mamertum , senza porre domanda alcuna gli hanno offerto asilo, cibo ed aiuto.

Il sole è sorto illuminando una terra di incantevole, dolorosa bellezza.
Il verde brillante e le misteriose profondità dei boschi appena accarezzate dai primi raggi di sole; i profondi solchi, ancora oscuri, dei versanti che scivolano verso la piana sottostante si rivelano alla luce del mattino.

Lo sguardo di Spartaco scende fino ai fiumi dalle limpide acque, indovina tra le rocce le limpide sorgenti e gli spumeggianti salti delle cascate. Una strana aquila taglia il cielo con il suo maestoso volo. La profonda solitudine di questi monti parla, come il suo cuore, di libertà. A Sud-Ovest i contrafforti montuosi, accesi di violacei bagliori, celano allo sguardo le terre di Sicilia mentre dal mare sorgono imponenti le isole ed i vulcani, dimora del dio greco Eolo. Ai suoi piedi le fortificazioni romane di Mamertum; più a Nord, come nastro bianco sul verde intenso della fitta vegetazione, la via greca che porta a Medma.
Oltre queste montagne, oltre le cime lontane ancora sfumate nella nebbiolina notturna che sale dalle valli, lontano da qui, Roma lo attende. Sente le voci dei suoi uomini giungere dai rifugi, giù nel sottobosco. E’ ora di tornare da loro e prepararsi alla terribile prova che li attende.


Tutta la toponomastica del luoghi quì intorno racconta delle vicende storiche appena raccontate.
La zona denominata "Campi di Marco", appunto dalla battaglia che vi si svolse tra le truppe romane al comando del console romano Marco Licinio Crasso e gli schiavi ribelli guidati da Spartaco si trova sui piani dello Zomaro, località montana di Cittanova; del fossato di sbarramento scavato dai soldati romani si conserva traccia nel toponimo "Serra di Marco", località sita, come la precedente, del territorio dello Zomaro e "Fosso di Marco" che è un piccolo affluente della Fiumara Serra che costeggia Cittanova, sul lato sud.
Marco e Arcangela, guide ambientali-escursionistiche del gruppo "Aspronauta" guidano i visitatori lungo i siti storici, archeologici e naturalistici del "Parco Nazionale d'Aspromonte".


Per i riferimenti alla toponomastica dei luoghi descritti e ai reali eventi storici devo ringraziare Domenico Raso ed il suo meraviglioso libro "La Montagna dei Sette Popoli"; grazie ad Arcangela ho potuto consultare i libri "I segni dell'uomo nelle terre alte d'Aspromonte" e la guida "Calabria Verde" di Francesco Bevilacqua, che ho letto con piacere e che sono stati incredibile fonte d'informazioni sul territorio aspromontano; grazie a Marco ho potuto dare un nome ai luoghi "visti" da Spartaco.


martedì 3 giugno 2008

La Leggenda di Kore

Apriamo, con la storia di Kore, una serie di racconti dedicati allo studio dei miti che diedero origine alle leggende e alle storie che raccontano, testimoni inconfutabili, delle origini così antiche e meravigliose di questa terra.
Arrivate sino a noi dalle profondità dei secoli, a volte ancora vive solo nei nomi dei luoghi, degli animali o delle cose a loro legate, suonano oggi incredibilmente sorprendenti e straordinarie nella loro semplicità come nella loro importanza.

Basta salire su per i sentieri che attraverso i boschi ti portano alla montagna o scendere giù al fiume per risalire poi verso la sorgente per lasciarsi dietro il mondo con i suoi rumori ed i suoi problemi ed entrare in un'altra dimensione, fare un salto indietro nel tempo, cancellare i secoli.
Basta lasciare che gli alberi con le loro cime lanciate verso il cielo ed il gorgoglio delle fresche cascate ci sussurrino dolcemente all'orecchio della vita di dei e di splendide fanciulle, di animali che vivono qui da millenni e che ci osservano, saggi ed impassibili dall'alto dei rami o da dietro i cespugli del sottobosco.

In autunno od in inverno, se presti attenzione, dal bosco ti giunge il richiamo della Fassa (columba palumbus) legata più che mai alla più antica leggenda di questi monti, quella che parla di una colomba selvatica mutata in una splendida fanciulla, Kore, venerata tra il VI e IV secolo a.C dallo Jonio al Tirreno e sull'altipiano delle Serre con il nome di Persefone.
Nella Locride, dove più forte era il suo culto, le erano devote le giovani prossime alle nozze e la sua storia è documentata anche nei "pinakes", tavolette di argilla con disegni impressi a rilievo, ritrovate in una contrada nei dintorni di "Locri Epizephiri".
La storia è semplice nella sua origine.
Il colombaccio è un docile volatile che, naturalmente, predilige i campi di grano e con il suo verso profondo, la voce appunto o, per meglio dire, la "Fonè", preannuncia la primavera ed il maturare delle spighe. Da quì la favola di questo volatile caro a Demetra dea delle messi mutato in Kore, sua figlia, che prende in tutto il Mediterraneo, con diverse similitudini, il nome di "Persefone" o "Perifoneia" o "Perifassa" e che racchiude in sè la "fonè" ed il nome stesso del volatile, la "fassa".

Kore-Persefone, bellissima fanciulla figlia di Zeus e Demetra, era stata destinata in matrimonio, dal padre ed all'insaputa della madre Demetra, ad Ade signore degli Inferi e zio della fanciulla.
In un giorno di primavera la fanciulla raccoglie fiori insieme alle sue compagne quando "Gaia", la madre terra, fà spuntare davanti alle mani di Kore un magnifico e profumatissimo narciso, fiore del sonno e della morte ma anche della rinascita poichè la sua fioritura preannuncia la primavera. La fanciulla colpita dalla bellezza e dall'intenso profumo del fiore si china a raccoglierlo quando si apre la terra e dalle sue profondità viene fuori Ade, il cui nome significa "senza via di uscita", che la rapisce portandola nel suo regno e facendo di lei la regina dei morti.
La fanciulla chiama disperatamente quanto inutilmente il padre e la madre, nessuno sente la sua voce, mentre Demetra la cerca ovunque e saputo del rapimento implora Zeus, minacciando carestie, finchè il re dell'Olimpo ed Ade non decidono che Persefone torni sulla terra a riabbracciare la madre e giocare con le altre fanciulle quando spunta la prima spiga, fiorisce il narciso e torna il tubare della Fassa, cioè dall'inizio della primavera, per ritornare nel regno degli inferi alla fine dell'autunno quando non ci saranno più fiori e la Fassa ritornerà nei boschi.

Una stupefacente testimonianza della presenza della Fassa in questo territorio montano è data dal toponimo "cucurucà" al piano Melìa vicino allo Zomaro; il toponimo che riproduce esattamente il verso di questo volatile contrassegna quì una profonda vallata, molto accidentata e quasi inaccessibile, sul cui fondo si innalza una collina coperta di lecci secolari ed ancora oggi rifugio delle Fasse.



Per le mie ricerche su questa leggenda come su altre leggende e storie sul territorio di Cittanova e sull'Aspromonte, un fondamentale ed ampio spunto mi è stato offerto dal libro "La Montagna dei sette Popoli" di Domenico Raso.
Vorrei chiudere con le parole stesse dell'autore nella presentazione della sua opera:

"Essa deve e può essere continuata, perfezionata, integrata e persino modificata se le opportunità e gli stimoli offerti (unici motivi di interiore soddisfazione) saranno recepiti ed utilizzati, a Cittanova come altrove, per restituire un volto ed una identità ai nostri misconosciuti territori".