"E' un privilegio preparare la stanza in cui dormirà qualcun altro"
E. Jolley
"Villa Lopez" è un Bed & Breakfast che offre ai suoi ospiti calda accoglienza, intimità, relax, eleganza e cura in ogni particolare.
Il suo blog nasce per raccontare le piccole straordinarie storie di amicizia nate tra una torta di mele ed una chiacchierata in giardino all'ombra "du' Chiozzu", il vecchio gelso che stende i suoi ombrosi rami, paterno e protettivo, e la cui maestosa mole parla di secoli di vita e sembra quasi raccontarti di tutti i monelli che ogni primavera davano la scalata ai suoi rami per "rubare" le sue more.
Tra le pagine di questo blog troverete i pensieri, a volte vere poesie, lasciati dai miei ospiti, veri protagonisti della vita di questo bed&breakfast; troverete pagine scritte proprio da alcuni di loro; troverete, a volte, riflessioni e considerazioni sui problemi di quest'angolo di Calabria e sul turismo; troverete leggende e racconti nati dalla fantasia popolare e tramandati nei secoli; poesie e brani di autori calabresi, spesso sconosciuti.
Il mio invito, a tutti i visitatori di questo blog, a lasciare i propri pensieri e commenti dando così vita e seguito a tante altre bellissime storie di simpatia ed amicizia.


Accomodatevi, prego, se desiderate visitare il mio bed & breakfast
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sabato 2 giugno 2012

"Le stagioni del maestro giardiniere"



"Le stagioni del maestro giardiniere"

Come coltivare orto e giardino.

Carlo Pagani e Mimma Pallavicini con perizia e tanta simpatia propongono suggerimenti per coltivare giardino, orto, balcone e piante di casa.







Mimma Pallavicini, firma storica di Gardenia con Carlo Pagani maestro giardiniere di bon ton tutto green, nel nuovo libro, non fanno cadere i loro suggerimenti dall’alto, da giardinieri di lungo corso quali sono, ma spiegano le pratiche di giardinaggio per gradi, con garbo e leggerezza, e anche con una spolverata di ironia.
Il loro manuale poco ortodosso descrive tutto quello che è possibile coltivare in qualunque spazio abbiate a disposizione, guidandovi passo dopo passo, stagione dopo stagione, ad avere soddisfazione tutto l’anno.

Chi è Carlo Pagani?





 Carlo Pagani ha introdotto in Italia il collezionismo di rose antiche, di frutti antichi e di diversi fiori, tra cui lillà e peonie. Dopo decenni di esperienza nella coltivazione di fiori da taglio e nella costruzione di giardini, si è dedicato a divulgare la passione per le piante e le proprie esperienze di maestro giardiniere con conferenze e corsi in tutta Italia, sul mensile «Gardenia» e in televisione, prima su Rai3 e Rai2, poi sui canali di Sky, Leonardo (418) e Arturo (138), con le rubriche «Guida al verde», «Stagioni in casa», «Favole in verde», «Favole in rosa» e «Giardini d’inverno».

Chi è Mimma Pallavicini?

 Mimma Pallavicini ha studiato scienze naturali e si è specializzata in comunicazione e giornalismo del verde. Esperta nella divulgazione di giardinaggio, collabora con diverse testate, tiene una rubrica su «Gardenia» e alimenta un proprio blog come opinionista di piante e giardini. Ha pubblicato libri con Fabbri, Il Sole 24 Ore Edagricole, Giunti, Gribaudo, De Agostini, Cairo, Mondadori Electa. Con Carlo Pagani ha scritto Rose perdute e ritrovate (Il Sole 24 Ore Edagricole, 2000), ormai considerato un «classico».


giovedì 9 dicembre 2010

Presepe


Forse era notte, ed una notte pura,
perché nel cielo ardevano le stelle,
mentre i pastori con le ciaramelle
guidavano le greggi alla pastura.

E come luccicavano quegli astri

di carta d'oro! Intorno, qualche lieve
bioccolo di bambagia: era la neve,
sparsa sui monti; e serpeggiavan nastri

d'argento per le valli: erano i fiumi...

Notte; ma dappertutto erano sciami
di bimbi, e lavoravan falegnami
innanzi alle botteghe senza lumi,

e vecchiette: filavano davanti

alle capanne, e v'eran cacciatori
nei boschi (coi fucili!...) e mercatori,
e le strade eran piene di viandanti,

sui muli, a piedi, a dorso di cammello;

e andavan tutti verso un lumicino,
ch'era la grotta di Gesù bambino
con la greppia, col bue, con l'asinello...

Sorgeva una divina sensazione

di mistero, di pace, di riposo
da quel miscuglio ingenuo e delizioso,
da quel mondo di gesso e di cartone.

E in una gioia attonita sommerso

era il cuore del bimbo trasognato...
Le campane suonavano: era nato
colui che disse: «pace! » all'universo;

colui che predicò lungo le rive

del bel Giordano e disse: « perdonate
a chi v'offende, a chi v'opprime! » e: « date
- disse - a chi chiede, e amate anche chi vive

oltre il confine della vostra siepe!... »,

come il vecchio pievano, umile e saggio;
nella chiesetta bianca del villaggio,
ci raccontava, accanto al suo presepe.

Passaron gli anni quell'azzurro cielo

si rabbuiò; sull'anima randagia
quei bianchi, lievi fiocchi di bambagia
piovvero in fitti granuli di gelo,

Ma quegli astri di carta, quella culla

di fieno, quegli arcangeli di noce
parlano ancora con la stessa voce
che ci commosse l'anima fanciulla,

e dicon: « pace ! » al trasognato cuore,

dolci come una musica lontana,
e gli fanno capir quanto sia vana
la sua piccola storia di dolore:

perché, malgrado tutti i suoi naufragi,

malgrado le sue misere procelle,
vi son nel cielo quelle stesse stelle
che un giorno illuminarono i Re Magi;

e fra le stelle, ermetico, tenace,

quello stesso mistero, immobilmente;
e sempre, al mondo, quella stessa gente
con. la sua vana, eterna ansia di pace.

E tende, illusa, il cuore a questa Buona

Novella, nell'oblio d'una giornata,
la vecchia umanità sconclusionata,
che non dà, che non ama e non perdona.


Alberto Cavaliere


"Composto trovasi, puro non già, per la sua massima affinità.  Giallo-verdognolo, d'odor non grato,  è un gas venefico, che ci vien dato" ....

(Alberto Cavaliere, Chimica in versi, Zanichelli, 1928 - 2ª edizione)
Alberto Cavaliere nacque a Cittanova (RC) il 19/10/1897 e morì a Milano il 7/11/1967 in seguito alle ferite riportate in un incidente stradale a S. Remo.

Dotato di una straordinaria capacità nel creare versi in rima, appena dodicenne venne espulso dal collegio per una poesia che satireggiava i suoi professori: un componimento caustico ma dalla metrica ineccepibile.
Alberto Cavaliere viene spesso ricordato per la sua "Chimica in versi", originale libro scaturito da un esame non superato all'Università. Non scoraggiato dal fallimento, decise di rendere in versi l'intero corso di Chimica Generale; si ripresentò davanti al docente e cominciò, ad ogni domanda, a sciorinare le sue rime, superando l'esame, davanti al professore dapprima spiazzato poi meravigliato dall'abilità poetica del suo alunno.

Laureatosi in Chimica presso l'Università di Roma, dopo aver lavorato presso il Ministero dell'Aeronautica come chimico, all'impiego statale preferì la libera professione.
Fu attore, scrittore, giornalista, poeta, umorista e politico. Autore tra l'altro della Chimica in versi.
Fu eletto consigliere del Comune di Milano e successivamente Deputato al Parlamento Italiano.

 Maggiori informazioni sulle opere di Alberto Cavaliere......

giovedì 21 gennaio 2010

"Geometrie"





"Perchè ogni mattina ti affacci
dal cuore di una conchiglia
come una perla gigante.

Perchè nella sera carica
di buoni sapori cammini
con passi misurati.

Perchè dovunque mi trovi,
ti trovo, e comunque ti pensi
sei uguale a quella di ieri,
ed è come se fosse domani.

Per la voce sospesa
tra la nuvola bianca del viso
e le mani raccolte a giummella.

Per questo e per altro
sarò ad aspettarti, amante
discreto e paziente.

Chi sei, esattamente chi sei,
nido intrecciato nell'incavo brocco,
terra camminata, indice del libro?

Corallo o farfalla di mare?
O mare profondo, abisso,
alone di scirocco?

Entrerai con me
nel grande zero dei cieli,
o resterai fissata
a questa circonferenza imperfetta
che ti costringe tra fiumi
uguali e paralleli a niente?

Se io aspetto ancora
e te che aspetto,
ultima striscia imbrigliata
nel bisticcio dei lumi."


Raffaele Romano Giovinazzo
Tratto dalla raccolta di poesie "La qualità del peccato"




martedì 4 novembre 2008

"Sei tu a parlare al mio cuore..........."

"Sei tu a parlare al mio cuore
e dolcemente lo culli
come in un canto di ninna nanna,
profumo di corolla mattutina.


Quello che ho smarrito
correndo
lungo i più alti sentieri.
Quello che non ho trovato
fermandomi supino
sulle spiagge rugose.
Quello che ho sognato
in una notte di stelle
felice, ma tremante di paura,
è racchiuso in te.


Nella purezza del tuo sorriso
c'è il sapore delle favole antiche.
Nella freschezza del corpo
l'ardore dei sogni e le speranze.
Nella tua misteriosa presenza
i dolci incanti della fanciullezza.


Creatura essenziale,
tu parli, perchè io possa parlare.
Sorridi, perchè io possa sorridere.
Vivi, perchè io possa vivere.
E così conduco la vita
aggrappato a te
per non cadere.


Tratto dalla raccolta di poesie "Al tempo delle fragole" di Bruno Naso.



Con profonda emozione rileggo questi versi che oggi ho scelto per voi. Come sempre accade, ogni qualvolta il pensiero vagabondo fruga tra i cassetti della memoria riportandomi il ricordo del professore Bruno, con una dolce stretta al cuore rivedo la sua figura alta e magrissima, il suo tenere la testa piegata come in un avvicinarsi più al cuore di chi gli stava vicino, il suo ascoltarti in silenzio e le sue parole sempre vestite di pacata dolcezza. E' una presenza che ha accompagnato tutta la mia vita sin da quando, piccola straniera, mi affacciai per la prima volta al balcone che dà sulla piazzetta. Lui, la sua casa, la chiesa, la professoressa Irene, l'avvocato, il vicino che montava il suo cavallo ogni mattina verso terre misteriose, il chiacchiericcio allegro delle donne in attesa della partenza per la campagna. Bagliori di luce, ricordi pieni di risate e malinconia. Un mondo che torna sfumato di sogno.

Adesso lo rivedo accanto a me, presenza discreta, nei miei momenti più tristi, nelle battaglie impari, nei giorni che dovevano essere di gioia. Nel mio mondo di oggi la sua casa, la chiesa, la collina di Cavallica sono ancora quì. Ed anche la sua poesia!

giovedì 31 luglio 2008

Alba in Aspromonte


Le sei del mattino. Ad Oriente i colori dell’aurora illuminano il cielo di rosa-dorato.
Il profilo delle montagne ed il tetto della vecchia chiesa disegnano l’orizzonte ed i castagni sulla collina di Cavallica si stagliano come immobili piume nella luce dorata.
L’aria fresca del mattino profuma di gelsomino; nel silenzio assoluto solo il tubare roco di una tortora ed il cinguettio degli uccellini dai nidi, invisibili tra le foglie del gelso ed il verde profumato degli aranci. A tratti una leggera brezza muove appena le cime degli alberi. E’ l’ora, questa, in cui tutto dorme ancora. Posso sentire, come un sussurro che sale dalla mia stessa anima, la voce di questa terra parlarmi dolcemente; come immersa in un sogno magico mi lascio trasportare indietro nel tempo.
Nel quotidiano, frenetico correre verso il domani, mai ci si ferma a colmare gli occhi delle luci e dei colori del mondo, mai a riempirsi i polmoni dei dolci profumi e la mente delle struggenti melodie che questa terra regala generosa.




Guardo il cielo; il luminoso rosa-dorato ad Est già sfuma in un tranquillo, chiaro celeste macchiato solo da qualche bianco ciuffetto di nuvola; da Ovest grosse nuvole si avvicinano velocemente.
Nella serenità del momento in cui il mondo nasce al nuovo giorno, posso vedere la purezza dei paesaggi noti e guardare con cuore attento. In questo momento in cui tutto sembra magia posso salire su fino ai misteriosi boschi che coprono le bianche rocce ed i profondi solchi delle solitarie ed imponenti cime dell’Aspromonte; posso percorrere con passo leggero le silenziose faggete e le folte pinete, così fitte sì che la luce del giorno vi giunge solo come un irreale chiarore; posso perdermi nella profonda, solitaria, cristallina bellezza delle cascate Galasia, tanto stupefacenti ed incantevoli che da secoli non hanno bisogno di altro nome se non quello che diedero loro i greci oltre duemila anni fa: "Galasia", cioè semplicemente “cascate”; e poi posso ancora, ritrovando antichi e quasi invisibili sentieri, attraversare verdi radure e limpidi ruscelli, seguire il crinale dei monti, dal tempo in cui in questa terra giunsero i Romani, sentiero per i viaggiatori che, a piedi, percorrono queste cime e giungere infine ai “Campi di Marco”; una verde distesa si apre ai miei occhi.Qui i colori dell’aurora indugiano ancora luminosi mentre le terre più a valle si perdono sotto le fitte brume che salgono dalla terra.
Il
sole non è ancora sorto.


Marco e Arcangela, guide ambientali-escursionistiche del gruppo "Aspronauta" guidano i visitatori lungo i siti storici, archeologici e naturalistici del "Parco Nazionale d'Aspromonte".

Partendo da Cittanova e salendo verso lo Zomaro si raggiunge il crinale del Marcatante; da quì si segue l'antica strada rinominata intorno al 1800 "Passo del Brigante" che percorre lo spartiacque detto i "Du' Mari" e presumibilmente segue un tratto dell'antica via Popilia, fino a "Serra di Marco"; si continua verso "Guardia Zingari" per giungere alla "Timpa di Galasia" e alle omonime splendide cascate.


La mia gratitudine a Pietro Muratori per gli straordinari dipinti e al gruppo "Aspronauta" per le suggestive fotografie.



























"I Campi di Marco"

L’uomo si muove silenzioso sotto gli altissimi pini, attraverso i sentieri tracciati dai pastori; si spinge fin sulla cima del monte. Ai suoi piedi la distesa di pascoli nella pianura che dai monti giunge fino alle terre paludose intorno a Metauros. Il suo orecchio adesso si fa attento; protetto dal folto della macchia spinge lo sguardo verso l’orizzonte, ad est.
Il campo dei soldati romani è già in attività; silenziosi si preparano alla battaglia. Hanno percorso centinaia di chilometri attraversando le terre italiche verso sud; mesi e mesi di marcia per giungere in queste terre dove la fantasia ed i capricci della natura pongono sempre nuovi ostacoli a rallentare il cammino; hanno raggiunto le terre dell’altipiano inerpicandosi faticosamente attraverso valli e scoscesi burroni coperti da foreste fitte ed oscure che da millenni crescono selvagge. Per giorni e giorni hanno scavato il fossato di sbarramento; il loro condottiero, Marco Licinio Crasso, ha voluto che tagliasse questa terra da “mare a mare”, dallo Jonio fino al Tirreno; qui dovranno essere fermati i nemici di Roma.
Qualche chilometro più a sud, sul versante della montagna che scende ad Ovest, nei ripari inaccessibili dove li hanno guidati pastori e briganti, gli schiavi ribelli dormono ancora.

Solo Spartaco, il ribelle, colui che ha osato sfidare il potere dei padroni romani, sollevando ed incitando gli schiavi alla libertà, ha vegliato tutta la notte. Sa che i soldati di Roma sono lì, poco distanti, sul pianoro appena dietro il crinale della montagna, pronti a fermare la loro avanzata. Da giorni i pastori di Mamertum, al ritorno dai pascoli, dove guidano le greggi così da poter spiare le mosse dei soldati, raccontano del lungo fossato scavato nella montagna "finu ai du' mari", dei proiettili di piombo che a migliaia hanno fuso nei forni e dell'incredibile quantità di lance e frecce preparate seguendo gli ordini del temibile ed astuto Marco Licinio Crasso.

La battaglia sarà violenta e dolorosa la sconfitta ma ancora più atroce sarà, per l’animo del capo dei ribelli, la perdita di molti dei suoi compagni. Il suo cuore è greve; uomini e donne lo hanno seguito fiduciosi. Lo seguiranno anche oggi e moriranno spinti dal desiderio di libertà e dopo moriranno anche i pastori di questi monti, povera, brava gente, e le loro famiglie che, ignare della furia che si abbatterà sulle loro piccole case di
Mamertum , senza porre domanda alcuna gli hanno offerto asilo, cibo ed aiuto.

Il sole è sorto illuminando una terra di incantevole, dolorosa bellezza.
Il verde brillante e le misteriose profondità dei boschi appena accarezzate dai primi raggi di sole; i profondi solchi, ancora oscuri, dei versanti che scivolano verso la piana sottostante si rivelano alla luce del mattino.

Lo sguardo di Spartaco scende fino ai fiumi dalle limpide acque, indovina tra le rocce le limpide sorgenti e gli spumeggianti salti delle cascate. Una strana aquila taglia il cielo con il suo maestoso volo. La profonda solitudine di questi monti parla, come il suo cuore, di libertà. A Sud-Ovest i contrafforti montuosi, accesi di violacei bagliori, celano allo sguardo le terre di Sicilia mentre dal mare sorgono imponenti le isole ed i vulcani, dimora del dio greco Eolo. Ai suoi piedi le fortificazioni romane di Mamertum; più a Nord, come nastro bianco sul verde intenso della fitta vegetazione, la via greca che porta a Medma.
Oltre queste montagne, oltre le cime lontane ancora sfumate nella nebbiolina notturna che sale dalle valli, lontano da qui, Roma lo attende. Sente le voci dei suoi uomini giungere dai rifugi, giù nel sottobosco. E’ ora di tornare da loro e prepararsi alla terribile prova che li attende.


Tutta la toponomastica del luoghi quì intorno racconta delle vicende storiche appena raccontate.
La zona denominata "Campi di Marco", appunto dalla battaglia che vi si svolse tra le truppe romane al comando del console romano Marco Licinio Crasso e gli schiavi ribelli guidati da Spartaco si trova sui piani dello Zomaro, località montana di Cittanova; del fossato di sbarramento scavato dai soldati romani si conserva traccia nel toponimo "Serra di Marco", località sita, come la precedente, del territorio dello Zomaro e "Fosso di Marco" che è un piccolo affluente della Fiumara Serra che costeggia Cittanova, sul lato sud.
Marco e Arcangela, guide ambientali-escursionistiche del gruppo "Aspronauta" guidano i visitatori lungo i siti storici, archeologici e naturalistici del "Parco Nazionale d'Aspromonte".


Per i riferimenti alla toponomastica dei luoghi descritti e ai reali eventi storici devo ringraziare Domenico Raso ed il suo meraviglioso libro "La Montagna dei Sette Popoli"; grazie ad Arcangela ho potuto consultare i libri "I segni dell'uomo nelle terre alte d'Aspromonte" e la guida "Calabria Verde" di Francesco Bevilacqua, che ho letto con piacere e che sono stati incredibile fonte d'informazioni sul territorio aspromontano; grazie a Marco ho potuto dare un nome ai luoghi "visti" da Spartaco.


mercoledì 2 luglio 2008

"Pani e Cipudi"

Un carissimo amico di "Villa Lopez" è l'appassionato autore di questi versi così toccanti e pieni di uno straordinario amore per la propria terra, amore incontenibile per il suo cuore di "esiliato" dal proprio paese e dalle proprie radici.


"Vorrìa mu tornu a Cittannova
Pecchì lu meu penzeru è sempi docu,
Li genti e li vicini chidu jornu
'Mpiccicati mi restaru 'ntra lu cori....

Vorrìa mu tornu ancora cotraredu
Di quandu jia a' la scola a' li barracchi
Mu viju la me' mamma giuvaneda
Cu' li schjiacchi russi 'ntra la facci....

Vorrìa mu' vegnu sulu natra vota;
Mu' viju la me' mamma piccirida:
Cu' sapi quantu voti m'aspettau
Da la hjiangazza dì la porticeda!

Mo' mentri scrivu stì palori
Li gralimi mi spuntanu 'ntra l'occhji
Penzandu sempi a' ida povareda
Di' quantu patiu 'ntra la sò vita....

Vorrìa mu' tornu ancora a' lu Pajsi
'Chesti lu' 'cchju bellu di la "Chiana",
Mu' viju li cotrari di' la scola e 'mun'ci dicu:
Pani e Cipudi ma quandu siti randi
no' 'mbidijiti i' Cittannova!"

Pasquale Barbatano




Pasquale Barbatano, figlio di Salvatore e Maria Teresa Chiaro, è nato a Cittanova il 3 Gennaio del 1926, secondo di dodici figli.
Il padre era un noto commerciante del legno e si occupava anche di agricoltura e di numerosi frantoi per la molitura delle olive e la produzione dell'olio.
Con la guerra del 1943 arrivarono le difficoltà economiche ed il crollo delle attività familiari e Pasqualino con grande dispiacere dovette lasciare gli studi e la sua cara scuola "a' li barracchi", vecchie e famose baracche di legno tirate sù dopo il terremoto del 1908, per aiutare il padre. Nel 1948, alla fine della guerra che l'ha visto militare di leva nell'Aereonautica, si trasferisce a La Spezia dove conosce e sposa la dolce signora Anna. Stimato commerciante è conosciuto in tutto lo "spezzino" per le sue attività nel sociale. Poeta e scrittore continua a ricevere premi e riconoscimenti per le sue toccanti opere.

martedì 24 giugno 2008

"Dhi Sira"; traduzione

Per fare un "regalo" a chi mi segue e calmare così la "sete di sentimenti" vado a tentare la traduzione dei versi, del post precedente, con tutta la modestia di chi vuole solo rendere onore alla Poesia riconoscendo i limiti entro i quali ci costringe il cambio di idioma; è il cruccio di ogni traduttore l'impossibilità di rendere i sentimenti e le emozioni, espressi dall'autore, con la stessa intensità.
In ogni idioma ci sono "espressioni" che sono praticamente intraducibili perchè il "sentimento" al quale danno forma risulta diverso pur se espresso con le stesse parole. Chiedo a tutti perdono, quindi, se il mio intervento non darà le stesse emozioni del testo originale.


"Di Sera"


E' notte; io sono quì, fumo e penso a te
Un bimbo piange in una casa
forse neanche lui ha come me
una mamma che gli dia cure e baci

Chi lo sà se tutto il giorno per un tozzo (di pane)
andò piangendo senza neanche trovarlo
e senza un morso (di pane) in gola*
piangendo per la fame al letto se ne andò

O se (suo) padre tornò ubriaco
e si sfogò con quell'innocente;
o se la madre neanche ebbe il tempo
per distrarlo con una fiaba

Chissà, chissà! Ma intanto non si da pace
per calmarlo nessuno si avvicina.
Io sono sazio e la mia mente è lieta
ma tu mi manchi; è questa la mia spina.



* Nel testo originale "nthra lu gozzu"; espressione tipica della zona che si rifà al modo con il quale gli uccelli cibano i propri piccoli che hanno quindi la "gola" piena prima che il cibo scenda per essere digerito.


A Renata che fedelmente mi segue su questo piccolo blog;
A Laura che si è innamorata tempo fà di questa terra e, regalandomi una immensa gioia, dice di sentire quì un pò di "aria di casa";
A tutti coloro che mi seguono non so se con interesse o con curiosità ma tutte due mi sono ugualmente gradite.

venerdì 20 giugno 2008

"Dhi Sira"

"Esti notti; jeu su chi fumu e penzu a' ttia....
Nu' cothraredhu ciangi 'nthra na' casa
Forzi idu mancu 'ndavi com'a' mia
Na mamma mu' l'addubba e mu' l'abbasa

Cu' sapi si tutt'oji pe' nu' tozzu
Jiu lamijiandu e mancu lu throvau
Senza na' muzzicata 'nthra lu' gozzu,
Ciangendu pe' la fami si curcau.

O si lu pathri si cogghjiu 'mbrjiacu
E si sfogau cu' chidhu 'nocentedu;
O si la mamma mancu 'ndappi abbacu
Pemmu lu' 'nganna cu' nu fattaredhu

Va bbi, va bbi! Ma tantu no' 'nzacqueta
Pemmu lu carma nudhu s'abbicina.
Jeu sugnu saziu, la me' menti esti leta
Ma tu mi manchi; esti chista la me' spina."


Anonimo; Cittanova 8 Settembre 1898


Il manoscritto, venne ritrovato in un'antica casa di Cittanova e in origine, secondo la numerazione dello stesso autore, era composto da 60 pagine delle quali 16 sono andate perdute e sono datate tra la fine dell'Ottocento ed i primi anni del Novecento.
Infruttuose si sono rivelate le ricerche effettuate per identificarne l'autore; non sono state ritrovate pubblicazioni del manoscritto nè è stato possibile attribuirlo, come opera inedita, ad alcun poeta cittanovese noto.
I versi che ho quì trascritto raccontano uno spaccato molto triste e amaro di una Calabria dove convivevano povertà e ricchezze.
Il manoscritto è stato pubblicato nel 2000 a cura del Circolo Rhegium Julii con il titolo 'U Ventagghiu.